Idrokinesiterapia 0-3 anni
In generale, si potrebbero sintetizzare i vantaggi del nuoto praticato nell'infanzia dichiarando semplicemente che l'attività motoria in acqua rappresenta la situazione ideale per tutto lo sviluppo del bambino.
Del resto la letteratura medico- scientifica a riguardo parla chiaro: il nuoto baby rinforza il sistema cardio-circolatorio, respiratorio e l'apparato scheletrico: favorisce la fiducia in sè , la sicurezza , la capacità di apprendimento e di concentrazione.
Esso è in grado di ristabilire quegli atteggiamenti posturali scorretti che , se trascurati, possono degenerare in vere e proprie patologie più gravi.
Per sua stessa natura, rientrando nella classificazione generale delle attività motorie della prima infanzia, si può infatti considerare preventivo nella formazione di atteggiamenti preparamorfici ed ipermorfici.
Favorendo lo sviluppo staturo-ponderale il nuoto precoce è in grado di attivare , senza danno, tutti i meccanismi di crescita.
Sviluppando armoniosamente tutta la muscolatura esso ne favorisce la capillarizzazione , in modo che i muscoli meglio nutriti saranno in grado di eliminare un maggior numero di scorie.
Il nuoto favorisce anche la capacità respiratoria dei piccoli, rendendoli più resistenti e più forti. Incrementando la capacità inspiratoria ed il coefficiente di utilizzazione dell'ossigeno in rapporto all'aumentato metabolismo dei tessuti, si rivela di fondamentale importanza anche per l'abilitazione di disturbi nella respirazione.
In età evolutiva i bambini che praticano il nuoto si presentano meglio vascolarizzati dal punto di vista cardiocircolatorio, con implicita diminuzione della frequenza cardiaca a riposo, a vantaggio di una contrazione del cuore molto più efficace , che viene favorita da un aumento del miocardio, con un aumento consequenziale anche del volume di riserva. Da ciò ne deriva , inoltre, un miglioramento della capacità di sforzo e di recupero dei bambini.
L'esperienza in acqua con il metodo Giletto è vantaggiosa anche per altri settori.
In ogni singola area di crescita , si possono individuare i numerosi vantaggi che esso è in grado di apportare .
Nell'area intellettiva esso sviluppa integralmente i processi percettivi, la fantasia e la creatività; in quella sociale rinforza i sentimenti di solidarietà (soprattutto attraverso il gioco), l'intenzionalità alla collaborazione, il rispetto delle regole; nell'area affettiva consente il controllo dell'emotività, favorisce la fiducia in sé e nell'altro, stimola all'intraprendenza ed all'azione.
Praticando il nuoto nei primi 2 -3 anni il sonno dei bambini diviene più profondo e più tranquillo , aumenta il loro appetito e si irrobustisce il loro apparato osteo - articolare.
Inoltre alcune ricerche effettuate su bambini con uno sviluppo psicomotorio alterato, dimostrano che il metodo proposto è in grado di migliorare lo stato psicofisico dei piccoli che spesso riscontrano qualche disabilità causata da traumi subiti al momento della nascita.
In acqua, insomma, si cresce meglio: da alcune statistiche i bambini che hanno praticato il nuoto in età precoce risultano più reattivi rispetto ad altri e più pronti nel formulare certe risposte.
Questo accade soprattutto perché in ambiente liquido si possono infondere moltissime impressioni cinestesiche che, in tridimensionalità, stimolano lo sviluppo di percezioni che sono uniche e che il piccolo non potrebbe percepire in nessun altro modo.
Si consiglia il nuoto precoce anche per l'abilitazione psicomotoria dei bambini non vedenti, perché esso è in grado di migliorare la propriocettività e la dimensione di Sé nello spazio e nel tempo.
Nei primi anni di vita, più si arricchisce il bagaglio motorio più si influenza lo sviluppo del cervello.
Le fibre della corteccia ,in tenera età, sono ancora prive di guaina mielinica e la massa cerebrale appare estremamente plastica.
Essa, in sostanza , può essere paragonata ad una spugna, poiché è in grado di assorbire quante più informazioni le vengano inviate.
Ecco perché accade che il bambino ad un arricchimento di stimoli motori risponda con un miglioramento nello sviluppo cognitivo.
L'insegnamento del nuoto neonatale con il metodo Giletto si fonda proprio sul principio di plasticità del cervello e, naturalmente, sulla stimolazione della percezione sensoriale.
L'esperienza in acqua in tenera età influenza anche lo sviluppo del linguaggio.
Con la maturazione del Sistema Nervoso si va via via articolando la parola, e il linguaggio verbale viene inoltre condizionato da tutti quei muscoli che sono adibiti, oltre che al vocalizzo, anche alla respirazione.
L'unità linguistica articolata sappiamo che dipende anche dal prodotto di concettualizzazione che deriva a sua volta dall'insieme di percezioni che il bambino ha saputo sperimentare.
I criteri che consentono di giudicare lo sviluppo generale del bambino, le sue ipotetiche future difficoltà nell'apprendimento, sono evidenziabili ed evidenziate in prima analisi dalle mamme.
In presenza di qualche tipo di disabilità psicomotoria o linguistica, il bambino non è in grado di recepire correttamente le sensazioni e ,di conseguenza, vengono compromessi tutti i processi di apprendimento, così come pure il linguaggio verbale.
Quando il "circuito" sensomotorio è stato danneggiato, il bambino non sa compiere movimenti selettivi né volontari.
Il metodo Giletto, agendo dolcemente attraverso il richiamo dei riflessi arcaici primordiali
( soprattutto quello di apnea), coinvolge attivamente i muscoli respiratori, finendo per influenzare naturalmente anche la percezione delle sensazioni che costruiranno più tardi le operazioni intellettuali.
Quello che qualcuno ha dichiarato riguardo all'immersione spontanea dei neonati senza ingestione di liquido, non si può considerare del tutto vero.
Si è osservato, infatti, che non tutti i piccoli trattengono istintivamente il fiato prima di scendere sott'acqua.
Il riflesso di apnea e cioè quel meccanismo di bloccaggio delle vie aeree superiori che permette la chiusura dell'epiglottide, fa' parte sì di un patrimonio filogenetico che tutti possediamo al momento della nascita, ma si è verificato, per meccanismi non ancora ben noti, che viene ben presto dimenticato e finisce per regredire spontaneamente intorno ai primi mesi di vita.
Come insegnare dunque ad un neonato a trattenere il respiro per non bere quando deve scendere in apnea ? Come farci capire da lui che ancora non è in grado di comprendere la comunicazione verbale?
Come prima si accennava , il metodo Giletto si fonda sul principio di plasticità cerebrale , sulla stimolazione dei sensi e sulla rievocazione dei riflessi.
La maggior parte dei piccoli allievi una volta immersi nell'acqua presentano dei movimenti spontanei degli arti superiori e di quelli inferiori.
Essi appaiono nei primi mesi come forme motorie rudimentali e sono brusche e a scatti.
Quando si immerge un bambino di pochi mesi in acqua e lo si osserva compiere spontaneamente i riflessi natatori degli arti, ci si può considerare praticamente…a metà del nostro lavoro, nel senso che l'insegnamento del nuoto autonomo avverrà in maniera semplice, se si esplicheranno correttamente tutte le varie fasi previste dal metodo.
La situazione è del tutto diversa nel caso di bambini che in acqua rimangono assolutamente immobili o ,ancor peggio, irrigiditi nel tono muscolare.
In conclusione, il nuoto precoce con il metodo Giletto racchiude in sé valenze che consentono di abilitare i bambini sotto diverse prospettive e in un unico momento didattico.
Da ciò ne deriva inoltre che questa metodologia, rivolgendosi ad una fascia di età così delicata, consente di sollecitare la funzionalità neuro-muscolare ed articolare senza gravare sulle strutture anatomiche e cartilaginee in fase di accrescimento.
Il trofismo e la funzionalità degli arti, anche se sono stati in qualche modo danneggiati, vengono recuperati senza danno ai tessuti, che si presentano particolarmente fragili nella primissima infanzia.
Il rapporto del bambino con le figure di riferimento viene agevolato, rinforzando meccanismi di tipo psicologico e sociale integranti lo sviluppo della personalità e del carattere.
Buona sera, io mi chiamo Francesca, abito a Reggio Calabria, ho 27 anni e sono un'istruttrice di nuoto .
Mi sono limitata nel mio lavoro di abilitazione, fino a poco tempo fa, esclusivamente all'osservazione del comportamento in acqua dei bambini disabili.. Sinceramente, pur avendo frequentato qualche corso di specializzazione sulla rieducazione in acqua, mi sono stati offerti pochissimi spunti didattici!
Navigando su internet ho scovato, prima, su nuoto.it il sito "Centro Acqua Amica", nella sezione 0 3 anni e tutti i Suoi articoli, più tardi il sito nuotobaby.it, che trovo assolutamente fantastico ed utilissimo per gli operatori del settore!
Di conseguenza, le ringrazio per gli spunti metodologico, il contatto con i bambini di 2 - 3 anni, che seguo da qualche mese ( di cui alcuni affetti da malformazioni a livello osseo), ora mi risulta più facile…
Anche la consultazione del suo libro "Acqua per comunicare" mi è stata utilissima, è un testo meraviglioso, carico di contenuti e ricchissimo di sostanza!
Volevo sapere se è possibile specializzarsi nella sua metodologia di idrokinesiterapia.
Nell'attesa di un Suo positivo riscontro, porgo cordiali saluti.
Francesca
La ringrazio per gli apprezzamenti, spero di poterle essere ancora utile nella formazione al metodo, potrà tenersi aggiornata sulle date dei prossimi appuntamenti, direttamente da nuotobaby.it, alla sezione " Calendario dei Corsi".
Spero di conoscerla presto, intanto buon lavoro , rimango a sua disposizione per eventuali problematiche o quesiti.
Gentile Dott.ssa Giletto
mi chiamo Matteo, sono laureando in Scienze dell'Educazione presso l'università di Verona e assistente bagnanti dal 1996. Vorrei prendere il brevetto di istruttore di nuoto col prossimo corso organizzato dalla F.I.N.
Grazie a esperienze lavorative e agli esami sostenuti sono entrato in contatto con la realtà delle persone diversamente abili.
Vorrei chiederLe se esistono dei corsi per apprendere nozioni di idroterapia e se per lavorare in piscina con queste persone è necessario il brevetto di istruttore o bastano eventuali attestati di frequenza ai corsi di idroterapia.
RingraziandoLa anticipatamente, Le porgo cordiali saluti.
Matteo
Credo che le specializzazioni di settore siano assolutamente indispensabili, soprattutto per chi ha a che fare con la primissima infanzia.
Per lavorare in acqua con i bambini disabili è assolutamente necessaria una formazione specifica, che tenga conto sia degli aspetti generali ( problematiche e studio dei problemi generici legati alle varie disabilità), sia di quelli specifici ( metodologia didattica consequenziale, conoscenza dell'ambiente acqueo e padronanza sulle problematiche ad esso correlate).
Attenzione perciò alle scelte di formazione, le suggerisco di verificare sempre che siano comprese, nei corsi che sceglierà di frequentare, questi due aspetti fondamentali…
Se avete domande scrivete alla Dott.ssa Giletto giletto@nuotobaby.it
Presentiamo le vostre relazioni sull'applicazione del metodo Giletto, nell'abilitazione delle disabilità dei bambini che seguite.
Potrete inviare i vostri testi a info@nuotobaby.it
Relazione di Roberto Magnanini, della Adria Nuoto.
Lavora a Codigoro (Ferrara), è Istruttore e Allenatore, si è formato al "metodo Giletto", che ha saputo benissimo interpretare e che ha potuto applicare ad un bambino affetto da Sindrome di Angelman, ottenendo buoni risultati.
Quando tre anni fa ho iniziato a lavorare con M. non sapevo nulla della Sindrome di Angelman (S.A.): la madre era una mia allieva che frequentava i corsi mattutini e quando vide che nell'orario successivo alla sua lezione trattavo un allievo con tetraparesi spastica ha iniziato a raccontarmi del caso di suo figlio e mi chiese se fosse stato possibile per lui accedere ad un corso in piscina.
Come molte altre madri, non è stata ricca di particolari: si impara sempre se il bimbo cammina o meno, se parla o meno, ma difficilmente viene spiegata la natura reale della malattia o della disabilità. Inoltre né i gentori, né il medico di base forniscono mai un minimo di documentazione relativa allo stato di salute o ai trattamenti fisiatrici consigliati per la patologia.
Così ho cominciato a lavorare con M. senza averlo mai conosciuto prima, senza sapere nulla della sua storia e senza conoscere le sue reali capacità.
M. ha oggi poco meno di 10 anni e si presenta come un bimbo pienamente sviluppato, con una limitata tonicità muscolare che non gli permette di mantenere la stazione eretta e di deambulare. Passa per lo più il tempo sulla sedia a rotelle o camminando in quadrupedia.
Solitamente M. è molto sereno e tranquillo: non ha mai avuto reazioni violente o scatti di ira o rabbia, attacchi di panico o qualsiasi altro segno di malessere. Ha la capacità di riconoscere le persone, le situazioni, l'ambiente che lo circonda ed è molto attratto dai rumori più che dalle cose, più dalle percezioni acustiche che da quelle visive.
Fin dalla prima lezione M. ha avuto un atteggiamento positivo nei confronti dell'acqua: appena entrato ha iniziato subito a muovere le mani e a godersi gli schizzi d'acqua sulla faccia.
Le prime volte M. non si spostava in acqua ma restava fermo sul posto, come se non sentisse la necessità di spostarsi: era libero di muoversi, si agitava in continuazione, ma non aveva nessun tipo di spostamento, né di autonomia. Non sapevo se M. non si spostava per incapacità o per mancanza di stimoli allo spostamento: magari non si muoveva perché non ne aveva semplicemente bisogno!!!
Così ho iniziato a stimolarlo con una palla colorata e lo spingevo verso la palla tenendolo con una mano sotto il petto e una mano sulla schiena (metodo Giletto). Nel giro di 2 settimane M. ha imparato a muoversi in maniera autonoma, con una repentinità inimmaginabile: sembrava quasi che in lui fosse scattata una molla che lo spingeva al movimento; dall'immobilità al movimento irrefrenabile; bastava solo che io mi muovessi per fare in modo che lui mi seguisse ovunque andavo.
Difficile era farlo spostare in posizione supina: evidentemente il fatto di non sapere dove andasse lo preoccupava. Così dovevo quasi forzarlo tutte le volte e fargli sentire la mia presenza col sostegno sotto il capo, parlandogli e cercando di attirare la sua attenzione stando dietro di lui, affinché compiesse una iperestensione del capo (stimolazione sensoriale).
Il passo successivo è stata l'immersione del capo e il controllo della respirazione (fase che il metodo definisce di "richiamo del riflesso di apnea). Per cercare di stimolare l'espirazione, ho usato una strategia per cui lo immergevo quando lui emetteva dei versi,per mezzo dei quali cerca di comunicare: l'atto espiratorio dovuto alla fonazione gli impediva di fatto di bere.
Nel frattempo ho cercato di documentarmi e le poche informazioni che ho le ho rintracciate in rete, nel sito di un'organizzazione che si occupa delle famiglie con casi di questa patologia (www.sindromediangelman.org). Le informazioni raccolte sono scarse e spesso troppo specifiche per chi, come me, non ha studiato medicina o biologia.
Più interessante per me, visti i miei studi di lingue, la parte relativa al linguaggio: chi è affetto da S.A. hanno grosse carenze in fatto di capacità espressive; nella migliore delle ipotesi si arriva alla padronanza di meno di dieci parole, che sono ovviamente insufficienti ad un'interazione verbale completa.
M. non pronuncia alcuna parola e si fa capire limitatamente all'interazione con ciò che lo circonda: tutto ciò che non riguarda l'hic et nunc è al di fuori delle sue capacità espressive.
A modo mio però ho cercato di creare una sorta di comunicazione con lui, istituendo una specie di "rituali" che precedevano un'azione precisa: ad esempio, prima di ogni immersione lo spingevo alcune volte verso l'alto, come per stimolare in lui un riflesso condizionato che lo rendesse pronto a tuffarsi (metodo Giletto).
Oppure, prima di sospingerlo in acqua in scivolamento prono, lo facevo ondeggiare avanti e indietro in modo che lui potesse "presagire" ciò che gli stava per succedere
(ibidem).
La fase successiva del metodo Giletto, quella della risalita in superficie, è stata praticamente un gioco: scendevamo insieme sott'acqua uno di fronte all'altro e mentre io guardavo se soffiava o meno, lui ha iniziato a muovere le gambe per riemergere in maniera autonoma. Non direi che la cosa è stata insegnata, ma sembra quasi che sia avvenuta in maniera del tutto naturale.
Conseguiti questi risultati, è avvenuto il cambiamento che io reputo forse il più importante nella fase della didattica con M.: il bimbo ha smesso di seguirmi per procedere da solo (con i braccioli) nella scoperta della piscina (propulsione volontaria, nel metodo citato). La madre non ne è molto contenta, perché trova che il bimbo sia diventato disubbidiente o insubordinato nei confronti dell'istruttore; io trovo che questo atteggiamento sia una grande presa di coscienza delle proprie capacità, che gli permettono di esplorare la piscina in completa autonomia, decidendo da solo quando mettere la testa sotto e quandi tirarla fuori dall'acqua, quando spostarsi e verso quale direzione. In questo periodo si è realizzata anche una apertura di M. nei confronti delle altre persone che occupano lo spazio circostante a quello che gli è riservato.
L'ultimo traguardo che è stato raggiunto è il raggiungimento del fase che il metodo Giletto definisce di " galleggiamento supino", con tanto di spostamento autonomo
(fase dell'autonomia, ibidem).
Il problema con M. è che " non batte le gambe" se non le vede muoversi; così, flettendo la testa, causa uno spostamento del baricentro verso il basso, con conseguente affondamento degli arti inferiori. Il modo per tenerlo in iperestensione del capo era ovviamente quello di richiamare la sua attenzione con la voce
(stimolazione sensoria acustica, nel metodo adottato) standogli alle spalle, ma la difficoltà è tutt'ora quella di fargli muovere le gambe in maniera autonoma.
Ho cercato di richiamare la sua attenzione con oggetti colorati al di sopra della sua testa, ma difficilmente ha mosso le gambe in maniera volontaria e finalizzata allo spostamento.
Alcune volte ha compiuto da solo, senza sussidi galleggianti, alcuni metri in scivolamento supino con battuta di gambe, ma ancora non si può dire che abbia automatizzato il gesto.
Dall'inizio dell'attività in acqua, altri benefici che abbiamo riscontrato, in seguito all'applicazione di questo metodo, sono stati i seguenti:
1. un grosso calo dei momenti di assenza che la madre chiama "crisi", in cui M. sembra spegnersi completamente (chi soffre di S.A. ha anche problemi di epilessia o comunque problematiche neurologiche);
2. un calo nell'attività del sistema nervoso tanto da ridurre e per certi periodi sospendere la somministrazione di uno sciroppo sedativo;
3. un aumento della tonicità muscolare, soprattutto dei grandi gruppi muscolari del tronco;
4. un aumento dell'equilibrio anche sulla terraferma;
5. una regolarizzazione dei ritmi di riposo/veglia.
"Abilitare nell'acqua" a cura della Dott.ssa Manuela Alba Giletto
Nessuna falsa illusione, nessun falso incoraggiamento, nessuna paura di trasferire suggestioni o plagi di alcun tipo!
E' ora di uscire allo scoperto e di parlare dell'acqua in termini terapeutici; non spetta certo a me il valore di questa scoperta, l'acqua è disponibile in natura da quando esiste il mondo e molto è stato scritto sulle sue capacità abilitative…
E' nei suoi nove mesi di vita acquatica che il bambino diventa tale, attraverso una serie di prodigiose trasformazioni, sulle quali la Scienza sa molto, ma non tutto…
Il meccanismo di molti passaggi resta, infatti, ancora oscuro e basta un niente, una cellula impazzita o chissà che cos'altro, per compromettere la riuscita del progetto.
Talvolta, può subentrare anche un "incidente di percorso", spesso proprio al momento della nascita. In questi casi non subito, ma poco più tardi, si viene a profilare la tremenda realtà della disabilità e dell'handicap.
C'è una risorsa importantissima però, rappresentata dalla stupefacente plasticità cerebrale, in età infantile.
Sfruttando lo sviluppo delle primissima evoluzione del cervello, è possibile iniziare un intervento abilitativo precoce, in un ambiente dove la gravità viene annullata e dove il bambino viene sottoposto a forze contrastanti, che non danneggiano il suo sviluppo e non gravano sulle sue articolazioni ancora in fase di accrescimento, ma anzi stimolano la tonificazione dei muscoli ed innumerevoli reazioni neuromotorie inaspettate.
L'acqua offre la possibilità di infondere al bambino impulsi cinestesici differenziati e su tutti i piani, impossibili da realizzare in ambiente aereo.
La "spugna " cerebrale, più viene sollecitata, più è in grado di assorbire e, per questo, è importantissimo "impregnarla" di stimoli.
L'ambiente acquatico facilita nel bambino l'interiorizzazione delle percezioni sensorie e lo pone nella condizione di raccogliere, con naturalezza, le informazioni indotte.
L'abilitazione delle disabilità psicomotorie trova nell'acqua le condizioni ed i presupposti più favorevoli al successo degli interventi finalizzati; la proposta di un ambiente analogo a quello dello sviluppo prenatale dell'uomo, giustifica il naturale svolgimento dello scambio di informazioni.
Gli stimoli sensori, il contatto corpo a corpo, l'abbraccio contenitivo dell'elemento liquido, facilitano i processi di arricchimento dello sviluppo generale.
Nessun merito, nessuna gloria: il metodo sensoriale si è costruito da Sé, mettendo insieme alcuni pezzi di un puzzle disponibile a tutti. Io ho avuto soltanto la pazienza (e la gioia) di ricomporlo, durante le festività natalizie, nel Dicembre 1987.
Oggi il suo valore è noto, testato, sperimentato, condiviso, riconosciuto da molti. Per questo è indispensabile diffonderlo il più possibile, rendendolo disponibile non per desiderio di fama, ma per i suoi aspetti di utilità sociale.
Qualcuno penserà che ci vuole coraggio ad assumersi una responsabilità del genere, a questi risponderemo non con le parole, ma con i nostri risultati.
Articolo pubblicato su "L'altro Giornale", 3 marzo 1997
Siamo due genitori del Comune di Negrar (VR) e chiediamo uno spazio per porgere i nostri sentiti ringraziamenti, poiché attraverso la lettura di articoli su questo giornale, abbiamo ricevuto un grande aiuto.
Noi avevamo ( e sottolineiamo avevamo ) un problema con il nostro bambino, che all'età di 19 mesi ancora non riusciva a reggersi in piedi e, tantomeno, a camminare.
Le varie persone interpellate non riuscivano a trovare una spiegazione, né una cura.
Per loro era solo una questione di tempo, e tutto si sarebbe sistemato.
Noi però, non eravamo tranquilli anche perché vedevamo che il bambino era spaventato ogni volta che tentavamo di farlo camminare, e questo ci convinceva che dovevamo curarlo e senza perdere tempo…
A darci una speranza è stato proprio questo giornale, che riportava la notizia che, la Prof.ssa Giletto aveva già ottenuto grossi risultati, proprio con bambini che avevano gli stessi problemi di deambulazione del nostro.
Siamo riusciti a contattare la Giletto e in pochi mesi di attività in acqua, il problema è stato risolto.
Dott.ssa Giletto risponde sul giornale:
Ringrazio i genitori che hanno esposto, nello scorso numero, il loro riconoscimento sulla mia metodologia in acqua .
In effetti (come ha potuto verificare anche il Pediatra che segue il bambino) il metodo applicato è stato efficace per il recupero di alcuni deficit motori, dovuti prevalentemente ad un trauma da parto.
Un "grazie" vorrei aggiungerlo anche io, ai genitori ed agli Specialisti che stanno credendo, sempre di più, alla validità di questa metodologia.
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